Wey Zapata: l’ultima intervista

Wey è deceduto in un incidente il giorno di Pasqua. Aveva sorpreso il mondo tornando a guidare una moto da cross dopo aver perso un braccio. Questa è l’intervista che ci aveva rilasciato pochi giorni fa

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Questa è una di quelle storie che non vorremmo mai raccontare. Perché non ha lieto fine, come invece sembrava. Solo 4 mesi fa il crossista argentino Wey Zapata è rimasto vittima di un brutto incidente stradale che ha richiesto l’amputazione del braccio sinistro. Nonostante questo è ritornato in sella alla sua Kawasaki opportunamente modificata, stupendo il mondo intero per ciò che riusciva a fare nonostante le limitazioni. È tornato subito anche dietro a un cancello di partenza, ricominciando a correre contro i normodotati, ottenendo anche dei risultati importanti. Purtroppo in una di queste gare, il giorno di Pasqua, è caduto dopo un salto, venendo investito da due piloti. Per lui non c’è stato nulla da fare; aveva solo 23 anni e una voglia di vivere che non si era minimamente arrestata dopo l’incidente stradale a cui era miracolosamente sopravvissuto. Perdere la via appena 4 mesi dopo in questo modo è davvero una beffa del destino.

Noi lo avevamo intervistato sul numero di marzo. Un’intervista che riportiamo qui in forma integrale, come se nulla fosse successo. Per farvi comprendere il carattere e la determinazione di un ragazzo la cui storia si è fermata troppo presto.

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Prima di tutto vogliamo conoscerti meglio. Chi sei, da dove vieni e come ti sei appassionato alla moto?

“Sono Geronimo Alberto Zapata Bacur e vivo in Argentina. La passione per la moto arriva da mio padre, un ex pilota di enduro e motocross e oggi meccanico. Sono cresciuto tra moto, pezzi di ricambio, coppe e gare. I miei genitori hanno visto subito che quando ero in pista diventato matto e volevo salire sulle moto e così facendo qualche sacrificio mi hanno comprato una Yamaha PW 50. Da lì ho iniziato”.

A quali gare hai partecipato prima dell’incidente?

“Sono partito da competizioni locali, poi regionali per arrivare al Campionato Nazionale. Sono riuscito a vincerlo tre volte. Ho corso anche in Perù e in varie parti del Sud America. Nel 2014 ho provato anche a fare il Mondiale Junior in Belgio, ma ho rotto la moto nelle prove e non sono riuscito a qualificarmi. Fino al 2019 sono stato molto competitivo in Sud America e il mio sogno era venire a correre in Italia”.

Poi, nel 2020, hai avuto quel brutto incidente: cosa è successo?

“Stavo guidando la macchina, ma ero molto stanco. Credo di essermi addormentato e dopo aver colpito il guard rail la macchina si è cappottata. Sembra che il mio braccio sinistro sia uscito dal finestrino mentre l’auto strusciava e così l’hanno dovuto amputare. Per mia fortuna dietro di me c’era una dottoressa che mi ha prestato soccorso, fermando l’emorragia; mi ha salvato”.

Quanto ti ha cambiato quell’incidente?

“Ha sconvolto i miei piani sportivi. Il resto non troppo. Sono solo un po’ più lento e non solo in moto. Anche nelle cose semplici, come vestirmi o lavarmi, mangiare. Tutte cose che con due mani fai in automatico e fino a quando non ti mancano non ti rendi conto”.

Hai impiegato molto tempo a riprenderti dopo l’incidente?

“No. A livello mentale mi sono ripreso già dopo una settimana, stupendo i medici e gli psicologi che mi seguivano. Mentre per il recupero fisico ho impiegato circa tre settimane. Pensa che dopo un mese e mezzo stavo provando a risalire in moto e dopo due ho ricominciato a girare”.

Perché hai deciso di tornare in sella?

“Non l’ho deciso. Non ho mai pensato il contrario, non sono mai voluto scendere. Forse è proprio l’amore per questo sport e per le moto che mi dà la forza e la motivazione per andare avanti”.

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Hai dovuto modificare la moto, però. In che modo?

“Abbiamo montato un ammortizzatore di sterzo, spostato la frizione sul lato destro, aumentato il volume delle pedane per farmi ancorare meglio e spostato il manubrio 2 cm più a destra. Stiamo valutando se mettere anche una frizione Rekluse per facilitarmi in certe situazioni. E c’è ancora altro da fare; diciamo che siamo in fase di test”.

E invece come hai allenato il tuo fisico per ritornare in moto?

“Mi alleno 3 ore al giorno e faccio tantissimi esercizi per l’equilibrio rinforzando le gambe e il bacino. Questo mi permette di avere più stabilità in sella”.

Hai dovuto modificare anche il tuo stile di guida.

“Tanto. Per esempio faccio molta più fatica a guidare la moto in piedi sulle pedane, avendo un punto di appoggio in meno. Quindi sto molto più seduto e per questo devo interpretare la pista in modo diverso, andando a cercare linee più scorrevoli e meno bucate. Ma così facendo riesco a mantenere una buona velocità senza troppa difficoltà”.

Ma come fai a saltare?

“Devo valutarli molto bene, molto più di prima. Sono obbligato ad atterrare sempre nel punto giusto, perché non riesco ad assorbire l’impatto di un salto corto o lungo. Se atterro in discesa non ho problemi. Faccio più fatica nelle curve a sinistra, dato che mi manca un appoggio. Questa è la cosa che mi mette più in difficoltà”.

Sei anche già ritornato dietro al cancello, correndo una gara locale!

“Ho provato un’emozione pazzesca, quando siamo partiti per me è stato come rinascere. Mi sono sentito completo ed è questo che mi dà questo sport: pelle d’oca, orgoglio, felicità. Ho fatto vedere a tanta gente che nella vita si può andare avanti nonostante le difficoltà”.

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Stai pensando di sfruttare una protesi?

“Sì, stiamo già lavorando con dei dottori argentini e anche con qualche clinica europea. Con una protesi migliorerei molto la guida, anche se non mi faccio troppe illusioni. Me ne servirebbero due, una per lo sport e una per la vita quotidiana. Sono molto costose e per questo stiamo valutando varie cliniche. Diciamo che per quella sportiva servono 12.000 dollari e per quella quotidiana 40.000”.

Prima dell’incidente avevi anche una scuola di cross. Stai continuando?

“Certo, alleno tanti piccoli piloti. Il progetto è iniziato due anni fa e va molto bene. I ragazzi mi capiscono, ho un bel rapporto con tutti loro. Essere tornato dopo l’incidente li ha resi felici e ha insegnato tanto anche a loro”.

Il tuo ritorno ti ha reso molto popolare.

“Ho ricevuto un sacco di supporto da parte di tanti piloti della Dakar o del Supercross tramite messaggi di conforto, saluti e tanti auguri per la ripresa. E ho avuto sostegno anche da parte di piloti di auto e persino dai calciatori del Boca Junior che mi hanno invitato allo stadio (la Bombonera) e mi hanno fatto tanti regali”.

Ma è vero che Netflix vuole raccontare la tua vita?

“Sì, te lo confermo. Mi hanno contattato per creare un documentario su di me. Stanno lavorando per renderlo possibile. Si è fatta avanti anche la Nike per collaborare a questa iniziativa”.

Prima hai parlato del sogno di venire in Italia. L’hai abbandonato?

“Affatto, ho ancora la voglia di provare a correre in Italia; so che è molto difficile, ma nulla è impossibile. Prima dell’incidente stavo programmando il viaggio e avevo già iniziato a fare i documenti. Il mio bisnonno era italiano e il programma era venire in Italia a riscoprire le mie origini e allo stesso tempo inserirmi nel mondo del motocross, girare nelle vostre piste e partecipare a un Campionato di alto livello”.

Come vedi il tuo futuro?

“Nel motocross. Vorrei prima di tutto tornare a essere competitivo e se non ci dovessi riuscire andrò avanti con la scuola e seguirò qualche pilota. Per il momento mi sto concentrando sul migliorare fisicamente e mentalmente per migliorare la mia vita di sportivo e poter dimostrare ad altre persone con disabilità che non bisogna arrendersi. È importante andare avanti e inseguire i propri sogni con amore e passione”.

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